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Uno di Maggi

…un grande carro a forma di sardina passa per le strade seguito da una processione spontanea: ci si veste di nero, molti uomini si vestono da vedova e tutti fingono di piangere.

È uscito il numero di UNO di Maggio (siamo già al quinto numero). Con la seconda parte del concorso “città invisibili/invivibili“.

Il bello di vedere i film è che fanno nascere dentro di te delle domande. Mentre davanti ai tuoi occhi scorrono le immagini scelte dal regista, la tua mente è libera di vagare, fare collegamenti ed aprire le porte di nuovi mondi. Da una curiosità all’altra, un percorso sinaptico fatto di stimoli e di immagini. Per esempio, guardando “Somewhere” della Sofia Coppola con Stefano è nato un dibattito sull’età di Valeria Marini. Secondo me aveva fra i 30 e i 40 anni. Secondo Stefano fra i 40 e i 50. Aveva ragione lui. Consultando wikipedia abbiamo scoperto che è nata il 14 maggio 1967, fra pochi giorni compie quindi 44 anni. Il bello di vedere i film con Internet vicino è che ogni curiosità può essere subito appagata. Ma non tutte. Per esempio, dopo aver visto “Salò o le 120 giornate di Sodoma” di Pasolini ho subito scritto al servizio consumatori della Maggi (azienda ora conglobata dalla Nestlé) per cercare di rispondere ad un mio assillante dubbio.

Egregi signori,
mi è capitato di vedere Salò di Pasolini, sono rimasto particolarmente colpito dalla signora Maggi, colei che propone e promuove l’oroanalità e la scatofilia all’interno della comunità. Visto che il nome richiama il vostro rinomato insaporitore per alimenti, mi chiedevo se fosse un caso di produc placement all’interno della pellicola o se ci fosse in qualche modo un collegamento, diretto o indiretto, voluto o non voluto fra le scelte alimentari proposte nel film e il vostro  “aroma” che, grazie ad esperienza, qualità e un’attenta selezione dei migliori ingredienti, arricchisce in modo sano e leggero il gusto di ogni mio piatto. In attesa di una vostra risposta, cordialmente vi saluto.

Quartz: i premi del cinema svizzero

Il nuovo pezzo per la rubrica “cinema” di UNO d’aprile.

Sabato 12 marzo, al KKL di Lucerna si è svolta la serata di assegnazione dei Quartz 2011, i premi del cinema svizzero. Quella stessa mattina, Y. una signora conosciuta da tutti per la sua passione per i gatti, ha suonato il citofono della casa dei miei genitori. Con tatto si è informata se il nostro gatto fosse in casa e, visto che il nostro gatto non era in casa, sempre con tatto, ha informato mio padre del fatto che sulla strada cantonale, sotto alla casa della famiglia L. aveva visto un gatto schiacciato che sembrava il nostro. Lo aveva tirato da parte sul marciapiede. Nonostante fosse un po’ diverso da come lo ricordavamo, probabilmente a causa dell’impatto con l’automobile, è stato indiscutibilmente identificato Alì. Era un bel gatto rosso, lo avevamo scelto rosso sia per questioni ideologiche ma anche perché avevamo avuto una serie di gatti tigrati grigi che avevano avuto una brutta fine. Grisù si era ammalato di una malattia strana e Pirù, il suo successore era invece era annegato nella piscina dei vicini. Che morte paradossale per un gatto. La situazione ricordava, con i distinguo del caso, la scena iniziale di Sunset Boulevard. Alì aveva otto anni, per i primi quattro anni della sua esistenza ha avuto un carattere orribile. Non potevi accarezzarlo perché graffiava, e ti faceva degli agguati quando andavi in bagno di notte. Poi si è calmato, tornava a casa pieno di ferite e di croste, ma era diventato più coccolone. Solo che a causa delle ferite e delle croste a volte faceva ribrezzo accarezzarlo e averlo vicino. In virtù della base legale che permette di smaltire le carcasse degli animali domestici di piccola taglia (fino al peso di 10 kg) senza ricorrere all’incenerimento Alì è stato seppellito in fondo all’orto della nostra casetta di montagna. Alì pesava al massimo 2 kg, a dir tanto. Il Quartz per il miglior film è stato assegnato al film “La Petit Chambre” di Stéphanie Chuat e Véronique Reymond.

Come scegliere il proprio film preferito

È uscito il terzo numero della rivista UNO: segnalo la nuova rubrica “suono” che ci presenta il tappeto sonoro di GranPizza, la presentazione di tiKINÒ e il lancio del concorso per soggetti che diventeranno poi audioracconti o cortometraggi.

Due anni fa ho fatto richiesta per essere ammesso in una scuola di cinema. Ho dovuto presentare un po’ di carte, qualche lavoro fatto e poi sono stato convocato per un colloquio con il direttore e alcuni responsabili. Ero un po’ agitato e allora nei giorni precedenti al colloquio mi sono preparato alcune risposte che mi avrebbero potuto aiutare. Ho pensato che, per esempio, mi avrebbero sicuramente chiesto quale fosse il mio film preferito. Ecco. Questa è una tipologia di domanda che mi mette sempre in difficoltà. Faccio molta fatica a considerare le categorie di cose “preferite”. Non è che non ci siano film che mi sono piaciuti, anche molto, è che difficilmente uno fra gli altri lo potrei mettere con facilità in cima ad una ipotetica lisa. Mica solo per i film. Anche per il cibo. Mi piacciono un sacco di cose, ma una preferita? Che poi magari se cito un piatto piuttosto che un altro me lo fanno trovare pronto quando vado a cena da loro. Per i dolci invece potrei dire con moderata sicurezza che il mio preferito è il panino all’uvetta. Comunque, torniamo all’esame. Qualche giorno prima avevo visto alla rassegna cinematografica del CSOA di Lugano il film di Giorgio Diritti “Il vento fa il suo giro”, un film che mi è piaciuto parecchio, il mio preferito? Certamente no? Però mi pareva che avrebbe potuto racchiudere in sé tutte sé caratteristiche minime necessarie a farlo diventare un “film preferito” plausibile per un colloquio di ammissione ad una scuola di cinema. Perché poi mica tutti i film vanno bene, magari uno ha la piena consapevolezza che “L’allenatore nel pallone due” sia il suo film preferito, ma non è che mica può andare a dirlo in giro, soprattutto negli ambienti delle scuole di cinema che notoriamente sono un po’ snob. Invece “Il vento fa il suo giro” mi sembrava perfetto: culturalmente accettabile, abbastanza di nicchia, moderatamente d’autore, conosciuto ma non troppo. Era anche diventato “un caso” in Italia perché un cinema di Milano lo ha programmato in continuazione per mesi. Ora, con il senno di poi, so che avrei dovuto citare un film del cinema delle origini, magari muto, se avessi davvero voluto fare una buona impressione. Comunque, se volete vedere il mio film preferito gratis lo passeranno allo studio foce di Lugano il 15 marzo alle 18’30. Gli organizzatori hanno chiamato Diritti per invitarlo alla proiezione, ma lui era in partenza per il Sud-America per girare il suo prossimo film. Era molto dispiaciuto.

Recensione di Avatar di uno che non lo ha visto

È uscito UNO numero due. Questo il mio contributo per la rubrica “cinema“.

Volevo confessare. Non ho visto Avatar. Tutti dicono Ah, va visto per gli effetti speciali! oppure Ah, segue alla lettera gli schemi di narrazione classici! Io non voglio fare lo snob che non guarda Avatar, è che non sono andato a vederlo quando era programmato al cinema (perché ero ancora un po’ nervoso per la storia delle lasagne) e poi volevo vederlo al Cinema al Lago ma non ricordo più se pioveva o se dovevo fare qualcos’altro quella sera. Non è che non ho visto Avatar perché voglio fare lo snob, Titanic si, non lo ho visto perché volevo fare lo snob, lo ammetto, soprattutto se ormai sono passati anni. Era che, a quell’epoca, tutti andavano a vedere Titanic. C’erano le ragazzine che erano innamorate di Leonardo di Caprio ed andavano a vedere Titanic cinque o sei volte ed io ero alle medie e volevo essere alternativo e quindi non ci sono andato. L’ho visto poi in VHS (erano i tempi in cui non si potevano scaricare i film ma dovevi farti prestare le cassette dagli amici e capivi tanto di una persona guardando se te le restituiva riavvolte o no). Però Avatar è come se lo avessi già visto, perché ho visto sul computer di mia sorella Wall-e, e non so come mai mi immagino che la storia sia simile anche se tutti dicono che è più simile a Pocahontas. So che ci sono delle persone blu che si muovono in uno sfondo fatto con il computer e che le loro code sono i loro organi sessuali (non ho capito bene se questo è esplicito o se è una supposizione dei miei informatori). Ho sentito anche che su Internet c’è una scena censurata di questi alieni che hanno un amplesso. Non so se con le code o con cosa. Ho fatto una veloce ricerca e ho scoperto che vendono delle pseudovagine aliene di plastica blu per provare l’ebbrezza di amare una extraterrestre. Costano solo 74 dollari.

1.1.11: esce uno

Il logo della rivista

Uno vuole, come un collage di sguardi, uscire di casa e raccontare una storia che parla di noi e che ci aiuta a capire come e dove viviamo.

1.1.11, vede la luce una nuove ed interessante iniziativa editoriale alle nostre latitudini: “UNO” progetto di web-magazine-contenitore animato da Alan Alpenfelt e Flavio Stroppini con il supporto degli amici di Radio Gwen.

> Articolo su la Regione dell’11.1

Mi hanno chiesto di curare la rubrica dedicata al cinema, ed ecco qui il primo contributo.

Le lasagne al CineStar
Un lunedì, che costa meno, sono andato al CineStar con Stefano. Lui era appena stato a trovare la nonna, che gli ha preparato cinque tegliette di lasagne da congelare. Ne ha fatte cinque perché, secondo lei, la parte più complessa della ricetta è fare il ragout, e una volta tagliate le cipolle, la carota e il sedano tanto vale farne in grande quantità.
Stefano non ha fatto in tempo a passare a casa a congelare le lasagne ed è quindi venuto al Cinestar con la borsa con le cinque tegliette. La nonna, con la sua scrittura graziosa, ha persino scritto cinque volte “lasagne” e cinque volte la data di quel lunedì sul cartoncino che chiude le tegliette. Continua la lettura di 1.1.11: esce uno