Finire nel reale – pensare e rappresentare il Ticino contemporaneo

564395_10151878653438901_1044832532_nIl discorso che mi ero preparato per la tavola rotonda di chiusura del progetto Ground Zero che si è tenuta il 6 ottobre all’asilo Ciani a Lugano. Poi in verità abbiamo parlato d’altro.

Una delle rappresentazioni migliori del Ticino contemporaneo secondo me è “Svizzera dall’alto”. Una trasmissione che passano alla RSI la mattina presto, prima del Thai Chi in cui un elicottero sorvola i paesi e vedi boschi, e poi paesi fra i boschi, parcheggi e le strade facenti parte del Ticino contemporaneo. E poi scelgono delle musiche bellissime e tu ascolti, guardi le immagini e pensi a come è bello il Ticino contemporaneo. Abbiamo avuto davvero culo ad abitare nel Ticino contemporaneo, che già nel Ticino di cent’anni fa c’era ancora la fame e nel Ticino di quarant’anni fa le donne non potevano votare, e nel Ticino di trecento anni fa bruciavano ancora le streghe. Oggi abbiamo la lega è vero, ma dall’elicottero non si vede. Si vedono soltanto tantissime bandiere svizzere che sventolano e che a me stanno un po’ sul cazzo.

Dopo “Svizzera dall’alto” vengono le repliche del Regionale. Anche quella è una super rappresentazione del Ticino contemporaneo. Ogni giorno da decenni vengono prodotte ore e ore di immagini da un territorio piccolissimo e ogni giorno da decenni migliaia di persone guardano tutte le sere queste immagini in un gioco di specchi che secondo me è inquietante.

A proposito della rappresentazione del Ticino contemporaneo vorrei anche accennare ad alcuni lavori che ho fatto e che in qualche modo, si ricollegano al tema di questa tavola rotonda, penso che sia fondamentalmente questo il motivo per cui Margherita prima e Tommaso poi mi hanno telefonato per invitarmi a questa tavola rotonda.

Assieme al Micha Dalcol, stiamo realizzando per il giornale dei programmi, il Teleradiosette, delle pagine di fumetti con scadenza più o meno mensile. L’idea della serie, il format si potrebbe chiamare, è quello di mettere in immagine quelle conversazioni che si sentono in giro. Tipo che se vado sul treno e dietro di me due stanno parlando io cerco di ascoltare la conversazione, e se dicono qualcosa di appena un po’ interessante me lo annoto e cerco di farla diventare una sceneggiatura per una tavola di fumetti, che poi il buon Micha con pazienza disegna. Io faccio sicuramente la parte meno impegnativa del lavoro, però veniamo pagati uguali.

Il fatto di usare un linguaggio sporco, molto vicino al parlato di tutti giorni per me è un fattore fondamentale per rappresentare e raccontare un territorio. Perché il Ticino e i ticinesi si differenziano dagli altri per il linguaggio (e se vogliamo parlare di rappresentare un’area dobbiamo prima di tutto in qualche modo delimitarla e differenziare quello che sta dentro e quello che sta fuori). Quest’estate una giovane commessa della Coop a Locarno, dandomi il resto, mi ha detto “Cozio che caldo”. Mi ha fatto molto piacere e spero di riuscire ad inserire questa battuta in uno dei prossimi lavori in cui cercherò di rappresentare il Ticino contemporaneo.

Ho scritto anche un paio di reportage per Ground Zero con questo linguaggio, uno sugli animalisti di estrema destra e uno su un hotel scrauso sulla via Besso. In quelle occasioni avevo registrato le conversazioni e poi le avevo trascritte paro paro. Poi un po’ di montaggio, come si farebbe con FinalCut: eliminare delle parti di dialogo ma senza stravolgere la sintassi e la composizione della frase. Paolo Nori nel suo blog questa settimana ha citato una massima di Puškin che riassumendo dice: «Descrivi, e non fare il furbo»

Ho scelto questo sistema per due motivi: un po’ perché faccio molta più fatica a scrivere bene, sono ticinese anche io e non ho fatto neanche il liceo. Un po’ perché mi sembra un buon sistema per descrivere la realtà, un linguaggio che racconta molto di più della somma delle sue singole parole.

Un altro problema di rappresentare il Ticino contemporaneo è che non puoi scrivere nulla senza che qualcuno si senta in qualche modo tirato in causa. Per esempio leggendo il libro del Tommaso, quello nuovo, mi è sembrato di conoscere tutti o quasi i personaggi. Per alcuni avrei avuto addirittura una o due ipotesi di persone conosciute con cui sostituire i protagonisti.

Con i fumetti sul teleradiosette il problema è uguale, devi sembra modificare tutti i luoghi, gli eventi, le professioni, i contesti che se no magari le persone di cui hai origliato i discorsi si potrebbero riconoscere e giustamente si potrebbero anche offendere. A volte questo snatura un po’ la storia. A volte invece no, anzi la migliora. Cmq il rischio di autocensurarsi è altissimo. In fondo nel Ticino contemporaneo che vuoi rappresentare ci vivi tutti i giorni e ognuno di noi ha degli equilibri sociali da mantenere. Non è un posto lontano ed esotico. La mia vicina di casa con il suo cagnolino Angiolino, è una tipa interessantissima, evito però di farci un articolo per Ground Zero perché comunque la incontro tutte le mattine e mi fa davvero piacere quando suona il campanello per scroccare le sigarette e mi racconta le sue storie.

Un buon modo di rappresentare il Ticino contemporaneo secondo me è quello di parlare del Ticino del passato. Lo teorizzano i Wu Ming i New Italian Epic in questo passaggio che mi permetto di leggervi:

(…) Qualunque opera narrativa in un’epoca passata è un’allegoria storica (…) quando evochiamo il passato, lo facciamo dal presente, perché il presente è dove ci troviamo, dunque esiste sempre un confronto tra “adesso” e “allora”, consapevole o inconscio, nitido o confuso.

Raccontare il passato ti permette spesso di fare una riflessione o una critica sul presente in maniera meno aggressiva. L’anno scorso ho fatto un documentario che parlava di un pilota dell’esercito svizzero negli anni ’60 e mentre lo montavo si discuteva dell’acquisto dei nuovi aerei militari ed era incredibile come a distanza di anni fondamentalmente in Svizzera non fosse cambiato nulla. E il fatto che il passato del nostro territorio ha ancora influenze sul presente è abbastanza chiaro vedendo le forti e risentite reazioni che il documentario ha raccolto.

Giovedì sono andato sul Lucomagno. Il bello di fare di lavoro quello che rappresenta il Ticino contemporaneo, è che spesso vai in posti che se no non ci andresti mica. I più attenti fra di voi si diranno, che il passo del Lucomagno è già canton Grigioni e qui si deve parlare di Ticino contemporaneo, spero di non uscire per questo dal tema di questa tavola rotonda. Giovedì sul Lucomagno c’erano sei gradi e c’era un nebbione impressionante. Siamo arrivati sulla cima del passo, dove c’è il ristorante. Da li parte una stradina sterrata, che cammini 10 minuti nella nebbia e arrivi ad un finto chalet di cemento armato. Non si tratta di uno chalet ma di un bunker dell’esercito. Che tra l’altro questa storia dei finiti chalet che nascondono i bunker militari è una storia interessantissima. E poi dal bunker sono iniziati ad uscire decine di giovani africani NEM che sono stati stoccati lassù per assurde ragioni politiche. Che faceva un freddo cane, e c’era una nebbia che non riuscivi a vedere nemmeno il laghetto e questi prati d’alta quota pieni di giovani africani, dove di solito trovi le mucche, alcuni in infradito e pantaloni corti mi ha fatto davvero molta impressione. Un’immagine stranissima dei Grigioni contemporanei. Uno dei ragazzi mi ha raccontato che aveva inghiottito delle batterie per cercare di suicidarsi. E giovedì era anche il giorno in cui al largo di Lampedusa sono morte centinaia di persone nella barca che ha preso fuoco. E ho pensato che il Ticino e i Grigioni contemporanei sono estremamente connessi con il resto del mondo.

Secondo me la giusta distanza per rappresentare il Ticino contemporaneo è quella degli elicotteri che filmano la “Svizzera dall’alto”.

Grazie!

One thought on “Finire nel reale – pensare e rappresentare il Ticino contemporaneo”

  1. bello bello.
    un buon discorso! condivido assai….
    comunque io adoro la svizzera dall’alto! 🙂
    ciao
    Marcel

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