Lavoro e disintegrazione sociale

Uno stralcio dell'elaborato su lavoro e integrazione nel quartiere di Pregassona Bassa (Luppi, Cerri, SUPSI DSAS, 2005)

Per quanto riguarda il tema del “lavoro come mezzo di integrazione” possiamo dire di esserci fatti un’opinione abbastanza precisa. Nella maggior parte del materiale distribuitoci durante il modulo, il lavoro era descritto da vari personaggi come uno degli elementi essenziali all’integrazione. Quello che abbiamo potuto constatare è che questa idea non corrisponde più alle nuove tendenze della società postfordista. Anche in Svizzera, durante gli anni di boom economico, la manodopera straniera, quella degli immigrati (perlopiù di origine europea), era richiesta e assimilata dall’industria. I lavoratori che si spostavano rispondevano ad un preciso bisogno dell’economia del tempo erano i cosiddetti "Gastarbeiter". La politica adottata era piuttosto di tipo universalista, era più facile per un lavoratore fruire di tutta una serie di diritti.

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La follia del lavoro come strumento d’integrazione

Uno stralcio dell'elaborato su lavoro e integrazione nel quartiere di Pregassona Bassa (SUPSI DSAS, 2005)

 Nella società occidentale, ed in particolare a partire dalla seconda metà del Novecento, il lavoro è intimamente connesso all'essere, alla morale e all'immagine di sé dell'individuo.[1]

Con il lavoro ci presentiamo, mostriamo agli altri dove siamo socialmente posizionati e diamo un senso al nostro stare al mondo “(…) il lavoro ha raggiunto una tale onnipotenza che in realtà non esiste più alcun concetto opposto al lavoro. Una società senza lavoro appare come una società senza centro[2]. Il lavoro quindi, non più solo come strumento per procurarsi le risorse necessarie alla sopravvivenza ma anche (e soprattutto) produttore di senso del proprio stare al mondo e di rapportarsi all'altro. Nella nostra società il lavoro è un bisogno umano centrale, soddisfa i bisogni finanziari, organizza e struttura il tempo, favorisce i contatti interpersonali, permette di condividere esperienze con gli altri e produce obbiettivi esterni da perseguire, insomma contribuisce allo sviluppo di un'identità personale.

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Un fisico bestiale: sport e fascismo

In quegli anni nacque il tifo come fenomeno di massa. E anche i grandi industriali volsero il loro interesse alle imponenti platee degli stadi. un fisico bestiale

"Lo sport abitua gli uomini alla lotta in campo aperto": così Mussolini concepiva il senso della pratica sportiva nel ventennio. E il fascismo si appropriò di palestre e campi di gioco usandoli come cassa di risonanza per "il prestigio internazionale del paese", come strumento di consenso, ma anche come elemento educativo per preparare la "nazione in armi". Dai successi della nazionale di calcio a quelli delle rappresentative olimpiche, gli atleti venivano trasformati in ambasciatori del regime.

Articolo di Lauro Rossi da Il manifesto del 25 aprile 2002 Continua la lettura di Un fisico bestiale: sport e fascismo

Cosa c’è davvero dietro alla mega-rissa in stazione?

Dietro la megarissa c'è qualcosa che le autorità vogliono tenere nascosto, probabilmente qualcosa di segretissimo che quei i cinquanta malcapitati svizzerotedeschi non avrebbero mai e poi mai dovuto vedere. Per ragioni di sicurezza ho affidato cinque copie di questo testo ad altrettante persone di fiducia per evitare che Loro facciano sparire le uniche minime prove di quello che stanno cercando con tutti i mezzi di nascondere.

Potrebbe sembrare la trama di un film di fantascienza di serie B, ma sempre più fattori mi portano a credere che quello che la stampa, polizia ed autorità hanno cercato di venderci come l'ennesimo caso di violenza giovanile nasconda qualcosa di molto, ma molto più grosso e terribile. Continua la lettura di Cosa c’è davvero dietro alla mega-rissa in stazione?