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Erbacce – ritratti erbacei

Erbacce

Ecco online le “erbacce”, andate in onda nell’autunno 2009 a LaTele (RSI, La1) – maggiori informazioni

Le erbacce sono onnipresenti, appena ci distraiamo un attimo iniziano a crescere e presto sovrastano le piante che consideriamo utili e che con tanta fatica coltiviamo. I “mille papaveri rossi” di Fabrizio de André, fanno parte della vita di tutti noi, ed è per questo, che spesso e volentieri, sono entrate a far parte della nostra memoria. Ad esse, anche grazie ai profumi che emettono, associamo ricordi legati ad episodi passati e momenti significati della nostra esistenza.

In questa serie vorrei raccogliere “storie di erbacce”, in ogni episodio una persona si presenta attraverso alla malerba che le è più affine o verso cui serba un ricordo o un aneddoto caro nella cornice della moltitudine di prati, orti e boschi del nostro cantone. Un faccia a faccia fra umani e vegetali che mette in confronto dialettico una porzione della propria narrazione autobiografica con le proprietà vere o attribuite di una pianta. Un catalogo di volti e foglie, radici, rizomi, fronde e chiome.

NICOLA SCHOENENBERGER ci accompagna nell’ultimo luogo selvaggio della città di Lugano, la foce del fiume Cassarate. Un’area importantissima dal punto di vista botanico e ricchissima di biodiversità, perché ospita tutta una serie di specie pioniere come il CIPERUS, strettamente imparentato con il papiro…

Chi non ha dei dolorosi ricordi della puntura dell’ORTICA? MARGHERITA SCHOCH, il cui nome richiama piante ben più delicate, ci racconta la sua esperienza neorurale in valle di Muggio, quando una disavventura con le capre la costringe in un cespuglio di queste pungenti erbacce.

Attorno alle zone umide del nostro cantone cresce la FELCE DOLCE, la cui radice ha il gusto e il profumo della liquirizia. STEFANO BERNASCHINA, di Riva San Vitale ricorda i momenti in famiglia, sul monte San Giorgio, in cui si raccoglieva questa gustosa “erbaccia”.

MELITTA JALKANEN è una finlandese trapiantata in Ticino. Come in un ecosistema anche nella società la multiculturalità e la biodiversità sono una forza. La monocoltura è un problema, per questo il POLIGONO DEL GIAPPONE che invade le sponde dei nostri fiumi può risultare un problema…

ELENA BACCHETTA ci accompagna nel parco delle Gole della Breggia alla ricerca del LUPPOLO. Pianta rampicante profumatissima e conosciuta per la sua utilità nell’industria birraria. Questa piana è però importante per Elena perché le risveglia i ricordi della mamma, che non c’è più, con cui andava a raccogliere i germogli di questo rampicante selvatico.

Lungo la ferrovia, che percorre in lungo ed in largo il nostro paese, passano ogni giorno treni carichi di merci di ogni tipo. Capita che, qualche volta, un seme cada dai vagoni e trovi terreno adatto alla sua crescita proprio nella massicciata ferroviaria. Con PIA GIORGETTI, fra i binari della stazione FFS di Lugano, conosceremo l’EUFORBIA DEI BINARI il cui nome è più che emblematico.

VALERIA PFAHLER, attraverso la CICORIA racconta alcuni suoi ricordi di bambina che ha vissuto la seconda guerra mondiale. Tempi duri, in cui di cibo non se ne poteva sprecare e in cui bisognava arrangiarsi, anche attraverso piccoli stratagemmi, per avere di che sfamare tutta la famiglia, e le erbacce venivano in soccorso!

BRUNO BELLOSI a trent’anni suonati ha lasciato il suo lavoro e ha ripreso a studiare botanica. Uno degli ambienti che predilige sono le discariche di inerti. Visiteremo con lui quella di Balerna che scopriremo popolata di piante meravigliose come la pungente NAPPOLA ITALIANA.

Pratiche antigieniche: baciare il gesù bambino

Ho incrociato ieri, per strada, una locandina della parrocchia di Campione d’Italia, che proponeva per passare il pomeriggio dell’epifania il "bacio al gesù bambino". Questa proposta mi ha ricordato un testo, scritto per la scuola due anni fa, a proposito di Don Milani. Ne ripropongo qui uno stralcio con qualche piccola correzione. In fondo alla pagina riporto anche la parte introduttiva e quella conclusiva.

Avevo sempre avuto, l’immagine dei preti come personaggi di cui non fidarsi troppo, che mi guardavano con diffidenza per il fatto che a scuola non frequentavo le lezioni di educazione religiosa e che non ero battezzato. Ricordo che il vecchio prete di Sonvico (il paese in cui sono cresciuto) una volta mi sequestrò la bicicletta, perché entrai nel sagrato senza scendere dalla sella, questa cosa era considerata una grava mancanza, quasi una blasfemia. È dovuto intervenire mio papà per farmi riconsegnare la bici. 

Ricordo anche che, per l’epifania, mia nonna mi portava in chiesa. Alla fine della funzione arrivavano tre signore del paese, goffamente travestite da Re Magi e distribuivano dei regalini (erano appunto questi regalini ad interessarmi). Ad un certo punto della messa tutti si alzavano e andavano a baciare una statuina del gesù bambino: io provavo un po’ di ribrezzo. I miei genitori mi avevano insegnato che attraverso la saliva si trasmettevano le malattie, e che per esempio quando si beveva dalle fontane non si doveva appoggiare le labbra sul cannello da cui esce l’acqua (lo spauracchio, raramente citato ma ben presente nel nostro immaginario, era quello che dei "drogati" avessero bevuto dalla stessa fontana prima di noi, infettandola in qualche modo).  

Per questo mi sembrava una pratica antigenica quella di baciare tutti la stessa statuina, e quindi facevo solo finta. E se la persona che baciava il gesù bambino davanti a me fosse stata drogata? Nonostante le mille attenzioni sospettavo che il prete (o la nonna) si accorgesse che non appoggiavo davvero le labbra sulla statuina e che per questo ce l’avesse a male con me e che mi considerasse un usurpatore di dolcetti che sarebbero dovuti finire nelle pance di bambini battezzati e non in quelle di senzadio come me. 

Anni più tardi ne ho parlato con mia sorella, anche lei si era fatta allettare dai dolcetti distribuiti dal clero e si era fatta convincere per un periodo (con grande gioia della nonna) a frequentare almeno la messa dell’epifania. Condivide con me il ribrezzo per questa pratica antigienica, in particolare mi ha fatto notare che il particolare che più la disgustava era il tovagliolo che il prete utilizzava dopo ogni bacio per asciugare la saliva depositata sulla statuina che, a ben vedere, non faceva altro che spalmare uniformemente la bauscia sul sacro idolo. 

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Cartoline da Lugano: la mappatura dei video

Visto che le tematiche proposte nei cortometraggi "Cartoline da Lugano", oltre che essere legate al percorso biografico dei protagonisti sono strettamente radicate nel tessuto urbano, mi è parso interessante integrare questi video con lo strumento principe nell'analisi degli ambienti urbani: la mappa geografica. Quest'operazione non è strettamente legata ad una necessità professionale, è soprattutto frutto di un mio interesse ed una mia curiosità di osservare come fossero disposti gli interventi. La tecnologia ci viene in aiuto con lo strumento offerto gratuitamente dal motore di ricerca Google, chiamato Google Maps. Questo servizio offre la possibilità di consultare mappe dettagliate provenienti da tutto il globo e di sovrapporre a queste mappe delle fotografie satellitari con diversi gradi di risoluzione. È inoltre possibile creare delle mappe personalizzate, sovrapponendo alle mappe ufficiali dei segni convenzionali, per marcare luoghi e percorsi specifici.
Ho quindi provato a inserire su una di queste mappe i vari percorsi seguiti nel corso delle riprese collegando poi i punti toccati con i relativi spezzoni di video (caricati anch'essi sui server di Google). In questo modo è possibile fruire dei contenuti video non più seguendo una logica lineare (ovvero guardando un video dall'inizio alla fine così come chi ha montato il video ha scelto di fare) ma con una logica complessa. Una sorta di ipertesto cartografico che permette di sconvolgere il lavoro di montaggio lasciandosi guidare da curiosità personali.

Cartoline da Lugano

Alcuni spunti dal lavoro finale SUPSI che ho recentemente consegnato…

Autobiografie urbane
Mi affascinano le storie, mi piace ascoltarle, inventarle e raccontarle. Mi affascinano le persone, mi piace ascoltarle, conoscerle e raccontarne. Storie e persone sono quindi i due pilastri fondamentali di questo lavoro. Storie e persone si muovono seguendo i percorsi segnati dalle strade, che collegano le città. Le storie si muovono tramite le persone, che le raccontano, le divulgano e le tramandano. Le persone sopravvivono grazie alle storie; storie sottoforma di sogni, progetti e racconti del proprio percorso di vita. Le persone sopravvivono grazie alle storie, che rendono immortali i loro protagonisti, almeno fino a quando ci sarà qualcuno disposto a raccontarle e a tenerle vive. Ancora di più mi piacciono le storie sotterranee, quelle con la “s” minuscola, le storie “dalla parte sbagliata della storia” le piccole storie che nessuno mai racconta, che però contribuiscono a creare, come affluenti di un fiume in piena, il flusso della Storia.

Non ho mai visto una cartolina con su Molino Nuovo (i video):
Assieme alle persone (tre uomini e una donna) che hanno avuto voglia di accompagnarmi in questo percorso, abbiamo girovagato fra le strade della “periferia” luganese. Abbiamo guardato la città e ci siamo guardati, con degli altri occhi.

> Introduzione (con L. Pezzoli)
> Remo contro!
> Mi chiamo Mauro (disponibile anche in versione .mov)
> Come se ci fosse un muro
> Guarda la Frankie
> Postfazione (con L. Pezzoli)

È disponibile un DVD che include i sei video. È possibile richiedermelo o masterizarsene una copia. Qui la copertina (in formato .jpg). Grazie al CAD (Centro di Accoglienza Diurno) Ingrado di Viganello.

> La mappatura delle "Cartoline" con google maps: geografie interiori ed urbane s’intersecano